Dare la colpa a qualcun altro è un vizio profondamente radicato nel tessuto culturale italiano, e questa settimana ne abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione. Al centro della polemica c’è Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, che durante la conferenza “Stati Generali della lotta alla pirateria tra legalità, sicurezza e intelligenza artificiale” ha individuato nella pirateria una delle cause principali del declino del calcio italiano.
“La mancanza di talenti e le difficoltà della nostra Nazionale – ha dichiarato De Siervo – dipendono anche dalle perdite economiche causate dalla pirateria. Questi fondi, se recuperati, sarebbero investiti nei vivai e nella crescita dei giovani.”
Un’accusa che solleva più domande che risposte
Nessuno mette in dubbio che la pirateria sia una pratica illecita e dannosa, ma legare direttamente il fallimento sistemico del calcio italiano a chi guarda illegalmente le partite online appare una semplificazione eccessiva. È come se un docente attribuisse gli scarsi voti dei suoi studenti al fatto che studiano su fotocopie invece che sui libri originali.
Dietro i recenti insuccessi della Nazionale – due Mondiali consecutivi mancati, una generazione di talenti scomparsa nel nulla – ci sono problemi ben più radicati: Perché i giovani italiani faticano ad avere spazio nelle prime squadre? Perché le società investono in stranieri già pronti anziché puntare sulla crescita dei nostri ragazzi? Perché giocare a calcio in Italia è diventato un lusso per pochi, tra rette esorbitanti e strutture fatiscenti?
Sono domande che meritano risposte concrete, non slogan. Eppure, nel dibattito pubblico sembra contare più il modo in cui si racconta un problema che il problema stesso.
Il peso delle responsabilità
Le dichiarazioni di De Siervo sembrano rientrare in un copione noto: non guardarsi mai allo specchio. Dopo anni di insuccessi e scelte discutibili, i vertici del calcio italiano continuano a cercare colpe altrove. La pirateria è un male, certo, ma non è la radice della crisi.
Se davvero si vuole far ripartire il calcio italiano, servono riforme coraggiose: investimenti nei settori giovanili, meritocrazia nelle società, accessibilità economica per le famiglie, valorizzazione dei talenti nostrani. E soprattutto, serve assumersi le proprie responsabilità.
Finché si continuerà a incolpare solo chi guarda le partite senza pagare, resteremo fermi nella nostra comoda mediocrità. E non basterà l’intelligenza artificiale per dribblare una realtà così umanamente deludente.





