La squadra di tutti noi, quella che ogni italiano ama e sostiene, in Norvegia ci ha regalato, anzi imposto, un enorme dispiacere. La strada verso il prossimo Mondiale si fa in salita. E non è un Mondiale qualsiasi, dal momento che l’Italia manca dalla competizione da due edizioni consecutive. Un’assenza che pesa come un macigno per una nazionale che vanta quattro titoli mondiali sul petto.
L’Italia ha perso, e ha perso meritatamente. È questa la vera notizia, la più allarmante. Perché certifica un dato innegabile: il nostro calcio è rimasto indietro. Anni luce indietro, soprattutto dal punto di vista atletico, ma non solo. In campo non si vince un duello, non si gestiscono le partite sul piano tattico, i giocatori azzurri sembrano incapaci di reagire. E questo tracollo si lega a doppio filo con quanto visto di recente anche a livello di club: non solo la sconfitta dell’Inter in finale di Champions League, ma un senso generale di inadeguatezza del nostro calcio nelle sfide che contano davvero.
Il problema nasce da lontano, dai vivai. Da anni si dà priorità al fisico piuttosto che alla tecnica. Il risultato? Oggi arrivano in prima squadra giovani che non sanno toccare il pallone, che non sono capaci di fraseggiare in velocità, che mancano di intelligenza calcistica. Mentre in Spagna mettono titolari in Liga ragazzi di 16 o 17 anni, da noi a 22-23 anni si è ancora considerati “acerbi”. Questo ritardo culturale e strutturale rischia di condannarci ad un ruolo marginale nel calcio europeo e mondiale.
Se non cambiamo tutto, a partire dal settore giovanile, il nostro sarà un calcio superato. E il declino, da lento, potrebbe diventare inarrestabile.





