Il problema non è la Nazionale, è il calcio italiano

Italia-Belgio

Un’altra sconfitta. Ancora in casa, ancora davanti al proprio pubblico. Il Belgio passa 2-0 all’Olimpico, segna un gol per tempo e lascia agli azzurri, al fischio finale, soltanto la delusione. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi al risultato, puntare il dito contro i giocatori o trasformare ogni partita della Nazionale nell’ennesimo processo al Commissario Tecnico. Il problema dell’Italia è più profondo e viene da lontano.


Gli azzurri che scendono in campo, nel bene e nel male, sono il prodotto del calcio italiano. E oggi il calcio italiano sembra avere un problema enorme proprio nel produrre talenti italiani. Le qualità ci sarebbero anche. Il percorso molto meno. E la questione non è soltanto quanti italiani siano presenti nelle rose di Serie A. Il punto è quanti riescano davvero a giocare con continuità.

Il paradosso è evidente: l’Italia continua ad avere una base enorme di giovani tesserati, ma una parte consistente di quei ragazzi si perde lungo il percorso che porta dal settore giovanile al calcio professionistico. Il campionato italiano, invece di essere il luogo naturale nel quale far crescere i propri talenti, spesso preferisce affidarsi a giocatori già formati, italiani o stranieri che siano. È una scelta comprensibile dal punto di vista del singolo club. Un allenatore che deve vincere oggi tende a fidarsi del giocatore più pronto, non necessariamente di quello che potrebbe diventare più forte tra cinque anni. Ed è proprio qui che nasce il problema della Nazionale. La società sportiva ragiona sulla stagione. La Federazione dovrebbe ragionare sul decennio.

IL “CASO” COMO

Il caso Como racconta una contraddizione. Il Como è un esempio interessante, non un capro espiatorio. Una società ambiziosa, con una proprietà internazionale, investimenti importanti e una squadra costruita per competere ai massimi livelli. Se il club sceglie giocatori stranieri di qualità, non sta facendo altro che perseguire il proprio obiettivo sportivo. Il problema è il sistema che rende questa strategia spesso più conveniente rispetto all’investimento sui giovani italiani. Il risultato è un paradosso: una squadra può avere ambizioni europee e contemporaneamente avere pochissimo spazio da offrire ai calciatori italiani.

Non è una colpa del Como. È una domanda che dovrebbe riguardare tutto il sistema: perché per un club italiano è spesso più conveniente comprare un giocatore già pronto piuttosto che costruire il proprio? I vivai non possono essere un parcheggio.
E la risposta porta inevitabilmente ai settori giovanili. Non basta avere migliaia di ragazzi tesserati. Servono strutture, tecnici, scouting, competenze e soprattutto un percorso credibile verso la prima squadra.

LA QUESTIONE ECONOMICA

Se un ragazzo sa che, arrivato a vent’anni, troverà davanti a sé una lunga fila di giocatori più esperti e pronti, il rischio è che il settore giovanile diventi soltanto una fase intermedia, non una vera fabbrica di professionisti. E qui entra in gioco anche la questione economica.

Per una famiglia, praticare calcio a livello giovanile può significare sostenere costi tutt’altro che irrilevanti tra iscrizioni, trasferte, attrezzature e altre spese. Se a questo si aggiungono meccanismi opachi e testimonianze su presunti pagamenti richiesti per ottenere spazio o visibilità, il rischio è ancora più grave: trasformare il talento in una questione di disponibilità economica.
Un calcio nato negli oratori rischia così di diventare sempre più selettivo anche prima di arrivare al professionismo.

LISTE, STADI E INFRASTRUTTURE

Anche le norme sulla presenza dei giocatori formati in Italia mostrano un limite evidente. Conta chi viene inserito in lista, ma il vero indicatore dovrebbe essere chi gioca. Un giovane italiano può essere formalmente parte della rosa e trascorrere comunque l’intera stagione in panchina. Dal punto di vista burocratico il requisito è rispettato. Dal punto di vista della crescita calcistica, molto meno. Per costruire una Nazionale competitiva non servono soltanto giocatori tesserati. Servono giocatori che abbiano accumulato minuti, responsabilità, errori, partite decisive. È sul campo che un ventenne diventa un calciatore.

Gli stadi sono un altro pezzo del problema. Poi ci sono le infrastrutture. Molti impianti italiani sono vecchi, difficili da gestire e poco adatti a un calcio moderno. Il tema non riguarda soltanto lo spettacolo per il pubblico: strutture migliori significano maggiori ricavi, migliori condizioni di allenamento, più risorse da investire. E le risorse finiscono inevitabilmente per incidere anche sui vivai. Un sistema che produce meno ricavi ha meno possibilità di investire. Un settore giovanile che riceve meno investimenti produce meno giocatori pronti. E quando quei giocatori non arrivano, il club torna sul mercato.

IL BELGIO COME SPUNTO DI RIFLESSIONE

È un circolo vizioso. Il Belgio dimostra che la pazienza paga. La sconfitta contro il Belgio dovrebbe almeno suggerire una riflessione. Un Paese molto più piccolo dell’Italia ha costruito negli anni un modello di sviluppo del talento che ha portato alla generazione di giocatori come Kevin De Bruyne e altri protagonisti del calcio internazionale.

Non è successo in una notte e non è stato il risultato di un cambio di allenatore. È stato il prodotto di una strategia costruita nel tempo. L’Italia, invece, ha spesso cercato la soluzione immediata: cambiare allenatore, cambiare modulo, trovare il colpevole della crisi del momento. Ma una Nazionale non può essere ricostruita soltanto a Coverciano. La Nazionale raccoglie ciò che il movimento produce. Il tifoso non può essere l’unico a pagare il conto

E POI C’È LUI, IL TIFOSO


Il calciatore cambia squadra, l’allenatore cambia panchina, le proprietà cambiano. Il tifoso resta. Compra il biglietto, paga l’abbonamento, segue la squadra in trasferta, sopporta le sconfitte e continua a identificarsi con una maglia anche quando quella maglia sembra sempre più lontana dal territorio che rappresenta. Quando fischia, non sempre ha ragione. Nel caso di un giocatore come Barella, bersaglio di una contestazione durante una partita difficile, il fischio rischia di colpire proprio uno dei calciatori che più rappresentano il patrimonio attuale della Nazionale.


Ma quella frustrazione va ascoltata. Perché il problema non è il singolo giocatore. Serve un incentivo, non un divieto.
La strada non dovrebbe essere quella di chiudere le porte agli stranieri. Il calcio italiano ha bisogno di qualità, confronto internazionale e competizione.

La domanda è un’altra: come rendere conveniente per i club far giocare i giovani italiani? È qui che il sistema deve intervenire.
Non necessariamente con divieti, ma con incentivi. Se un club schiera giovani formati in Italia, dovrebbe avere un vantaggio economico concreto. Se investe nel vivaio e porta quei giocatori in prima squadra, dovrebbe essere premiato.
Un Presidente, oggi, dovrebbe poter pensare senza problemi alla classifica attuale, ma anche alle opportunità di domani.

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