Gianni Infantino torna al centro del dibattito calcistico con una proposta che riapre una ferita ancora fresca: quella del Mondiale disputato d’inverno, come accaduto in Qatar nel 2022. Un’idea che, nonostante le critiche ricevute, il presidente della FIFA sembra voler rilanciare, in nome della globalizzazione – e, soprattutto, della monetizzazione – del calcio.
Ma mentre i vertici del calcio mondiale rincorrono nuovi mercati e sponsor, chi vive il gioco ogni settimana – dai club ai tifosi, passando per allenatori e calciatori – si trova a fare i conti con le conseguenze di decisioni sempre più scollegate dalla realtà sportiva.
L’ipotesi di fermare i principali campionati nazionali per due mesi o più, per consentire lo svolgimento di un Mondiale invernale, rappresenta un colpo durissimo per la tenuta fisica delle squadre e per la regolarità delle competizioni. La stagione verrebbe spezzata in due tronconi innaturali: una prima parte compressa, con ritmi frenetici e partite ogni tre giorni, seguita da una ripresa post-Mondiale che somiglierebbe a un nuovo campionato, ma senza la necessaria preparazione.
La congestione del calendario porterebbe a un aumento esponenziale del rischio infortuni, alla riduzione della qualità del gioco e all’azzeramento della possibilità di effettuare allenamenti mirati. I giocatori, già sottoposti a carichi intensi, diventerebbero veri e propri strumenti da spremere fino all’ultima goccia. E tutto questo per assecondare una FIFA sempre più orientata agli interessi economici, piuttosto che alla salute del calcio.
Non si tratta solo di stanchezza fisica: giocare ogni tre giorni compromette anche il lavoro tecnico-tattico degli allenatori, costretti a ruotare continuamente la rosa. Le squadre con organici più limitati, in particolare nei campionati minori, finirebbero per essere penalizzate, accentuando ulteriormente il divario con i top club.
Un Mondiale d’inverno stravolgerebbe anche la preparazione estiva. Le squadre sarebbero costrette a partire subito al massimo, senza il consueto rodaggio, per poi interrompere bruscamente la stagione nel momento più delicato. Al rientro dalla pausa, gli allenatori dovrebbero gestire giocatori mentalmente e fisicamente logorati, senza tempo per recuperare né per ricalibrare il lavoro atletico. Di fatto, ogni club si ritroverebbe a disputare due stagioni in una.
Infantino, nel promuovere questa visione globale del calcio, sembra dimenticare chi tiene davvero in vita questo sport: i tifosi. Quelli che riempiono gli stadi con il freddo e la pioggia, che seguono la propria squadra ogni settimana, che organizzano trasferte e vivono il campionato con passione. A loro si chiederebbe di accettare orari assurdi, pause prolungate e ritmi alienanti, tutto per favorire una vetrina globale che si accende una volta ogni quattro anni.
L’idea di un Mondiale invernale non è solo scomoda: è dannosa. Rappresenta il simbolo di una governance distante dalle esigenze reali del calcio. Se questo sport vuole sopravvivere nella sua essenza culturale e popolare, servono segnali forti. Serve che club, giocatori e leghe alzino la voce per dire che non tutto può essere sacrificato sull’altare del profitto. Il calendario non può diventare terreno di conquista per pochi dirigenti, ma deve restare patrimonio condiviso di chi il calcio lo gioca, lo allena, lo ama.
Infantino dovrebbe ricordare che il calcio non è nato per riempire le casse della FIFA, ma per emozionare chi lo vive ogni giorno. Anche d’inverno, sì – ma solo se in campo ci sono quei club che rendono questo sport una passione quotidiana, e non un prodotto televisivo da vendere ogni quattro anni.





