Quando nell’estate del 2009 il Palermo lo strappò all’Huracán per 4,7 milioni di euro, pochi conoscevano quel ragazzo magro di Córdoba. Zamparini raccontò che al primo allenamento, in ritiro, vedendo i primi tre tocchi del “Flaco”, si mise a piangere per l’emozione. E ai tifosi, bastarono poche partite per capire che in Sicilia era atterrato qualcosa di speciale. Un trequartista capace di accendere il gioco con la leggerezza di un poeta e la concretezza di un campione. Con Miccoli e Cavani a fianco, sotto la guida di Delio Rossi, Pastore si trasformò nel motore creativo di una delle squadre più spettacolari della Serie A.
La stagione 2009-2010 vide il Palermo chiudere al quinto posto, tra le migliori realtà d’Italia. Il merito? Anche – e soprattutto – suo. La sua classe, i suoi assist tagliati col bisturi e i suoi gol da copertina resero il Barbera un teatro calcistico. Ma il meglio doveva ancora arrivare.
14 novembre 2010. Derby contro il Catania. Pastore decise che non sarebbe stata solo una partita. Ne fece un’opera d’arte. Tre gol, uno più bello dell’altro, in una prestazione da urlo. “È stato magico,” disse, e aveva ragione.
Nel 2010 arrivò anche il premio di Miglior Giovane della Serie A. Un riconoscimento che certificò ciò che a Palermo sapevano già: quel ragazzo era destinato a brillare tra le stelle.
Con Palermo non fu solo calcio, fu amore. Sincero, reciproco, eterno. In città trovò la donna della sua vita, la sua famiglia, la sua dimensione umana. E anche quando nel 2011 il Paris Saint-Germain bussò con un’offerta da 39,8 milioni di euro – di cui 22,8 finirono nelle casse del Palermo – El Flaco partì da principe, ma con l’anima rimasta a Mondello.
Nel 2024, ospite del Torretta Café, ha ribadito quel legame: “Per questo club ci sarò sempre”. E non c’è palermitano che dubiti delle sue parole.
In due stagioni, 62 presenze in Serie A, 14 gol, e un numero infinito di magie. Ma parlare di numeri è quasi offensivo, quando si parla di Pastore. Perché lui non giocava a calcio: lui il pallone lo suonava, come un musicista. Ogni tocco, un’armonia. Ogni dribbling, un verso di poesia. Lasciò un vuoto, sì, ma anche un ricordo che continua a far brillare gli occhi a chi c’era.
Oggi, nel giorno del suo 36esimo compleanno, gli rendiamo omaggio, perché Pastore non è stato solo un calciatore: è stato una visione, un sogno che per un po’ è diventato realtà.




