Amburgo, 27 giugno 2006. Ultima partita del girone mondiale. L’Italia si gioca tutto contro la Repubblica Ceca: il passaggio agli ottavi, la fiducia del Paese, forse anche il futuro di un’intera generazione azzurra. È una partita nervosa, combattuta, di quelle dove ogni pallone pesa, ogni scelta può essere decisiva.
Poi, all’85’, la scintilla. Un pallone recuperato a centrocampo dà il via al contropiede. Gennaro Gattuso serve Francesco Totti, che vede e lancia in profondità. Parte Filippo Inzaghi. Due difensori lo inseguono, ma lui ha già fiutato l’occasione, come un predatore nell’area di rigore. Sulla destra si smarca Simone Barone, completamente libero. La scelta sembra ovvia. Ma non per Inzaghi.
Quella palla, lo sapevamo tutti, non l’avrebbe mai passata. Non è egoismo, è istinto. È la sua natura. Inzaghi è nato per segnare, non per servire assist. Quei movimenti li ha ripetuti migliaia di volte, anche nei sogni. Corre sul pallone come se avesse dieci anni di meno, salta il portiere con la freddezza di chi sa di essere campione e deposita in rete: 2-0, partita chiusa.
Barone, sullo sfondo, accenna un’espressione di sorpresa, poi corre ad abbracciarlo. Perché lo sapeva. Lo sapevamo tutti. E Inzaghi aveva fatto la cosa giusta.
Quel gol fu molto più di una rete. Fu una dichiarazione. L’Italia non era in Germania per fare da comparsa. Era lì per vincere. E ogni scelta, anche quella apparentemente più egoista, contribuì a costruire la strada verso il tetto del mondo. Perché a volte la storia non la scrive chi fa il passaggio giusto. La scrive chi sceglie di non farlo.
Oggi, a distanza di anni, quella fame di gol e di vittoria Inzaghi la porta in panchina. A Palermo, con una squadra e una città che sognano la Serie A. E allora, mister, ricorda quella corsa ad Amburgo, quella porta da assaltare senza esitazioni. Porta la palla fino in fondo. E stavolta, per i tifosi rosanero, segna il gol più bello: la serie A.





