È notizia di queste ore l’affissione dell’ennesimo striscione di protesta contro società e squadra. Nella maggior parte dei tifosi la delusione ha lasciato posto alla rassegnazione e all’indifferenza nei confronti di coloro che hanno disatteso ogni barlume di fiducia e ogni singola aspettativa. C’è però chi no si dà pace, chi continua a fare sentire forte la propria voce di dissenso, una voce aspra e incontenibile che torna su a ondate, come un boccone amaro che fatica ad essere digerito.
La rabbia non risparmia nessuno, dal vertice alla base, passando ovviamente per i protagonisti scesi in campo in una stagione talmente sciagurata da poter essere definita, da qualcuno, clamorosa. Succede così che anche una semplice partita di padel diventi oggetto di accusa e dissenso, perché quando la misura è colma ogni ciglio nell’occhio sembra una trave.
È proprio vero: questa città è in grado di bruciare chi ama con una passione troppo grande, troppo intensa per poter essere sopportata da chiunque non abbia una pelle sufficientemente spessa e un cuore abbastanza grande. Ma i palermitani sono fatti così, nel bene e nel male, prendere o lasciare. Sarebbe forse più facile rivedere la propria maniera di gestire una società e di adattarla al contesto piuttosto che chiedere a tutto l’ambiente di cambiare il modo di sostenere una maglia.
Ormai il danno è fatto: chi avrebbe potuto arrabbiarsi lo ha fatto dopo avere dimostrato pazienza e comprensione per tre anni. Ricucire il rapporto sarà un processo difficile e lento. La piazza un tempo gioiosa e tollerante è diventata suo malgrado imbronciata e insofferente. La proprietà inglese più che rappresentare oltremanica il sole siciliano ha portato a Palermo le nuvole londinesi.
Sia chiaro, ognuno ha diritto a divertirsi, a staccare la spina e a sorridere. Il motivo della protesta, e siamo certi che ne saranno consapevoli anche gli stessi giocatori coinvolti, non è avere giocato a padel per un pomeriggio, ma non aver giocato a calcio per un campionato.





