Corini e Dionisi, i gemelli diversi della panchina rosanero

Corini Dionisi

Tre anni di gestione targata City Football Group non sono bastati a riportare entusiasmo e risultati concreti sotto il cielo rosanero. Dopo l’acquisizione del club da parte della holding internazionale, le aspettative erano alte, ma i fatti raccontano una realtà ben diversa: due allenatori, molte promesse e poche certezze.

Le prime due stagioni sono state affidate a Eugenio Corini. La sua gestione, però, non ha mai davvero convinto: il Palermo è apparso spesso privo di identità di gioco, incapace di imporsi e trasmettere una mentalità vincente. Nonostante la fiducia incondizionata della società, i risultati non sono mai stati all’altezza degli investimenti effettuati sul mercato.

Nell’ultima stagione la panchina è passata ad Alessio Dionisi, reduce dalla retrocessione con il Sassuolo in Serie A. Anche in questo caso, l’esperienza si è rivelata fallimentare. Pur avendo a disposizione una rosa rinforzata e competitiva, l’allenatore non è riuscito a imprimere un’impronta tattica chiara né a creare un legame forte con l’ambiente. Le sue dichiarazioni, a volte spiazzanti, hanno alimentato un clima di scetticismo tra tifosi e addetti ai lavori.

CORINI E DIONISI: TANTI PUNTI IN COMUNE NON POSITIVI

Sia con Corini che con Dionisi, la squadra ha iniziato con la difesa a quattro, salvo poi virare verso una retroguardia a tre sul finale di stagione. Un cambiamento che non ha mai rappresentato una reale svolta. Il vero problema, emerso in entrambe le gestioni, è stato l’approccio mentale: il Palermo è sembrato spesso fragile, incapace di mantenere costanza e concentrazione nei due tempi di gioco.

Nonostante gli ingenti investimenti, il progetto sportivo non ha finora prodotto i frutti sperati. Due allenatori diversi, stesso esito: fallimento tecnico e mancata crescita psicologica.

Ora la piazza chiede un cambio di rotta. L’auspicio è che il prossimo tecnico non sia solo l’ennesimo nome sulla panchina, ma l’uomo della svolta: sul piano tattico, mentale e dell’identità. Perché dopo tre anni di rivoluzioni senza cambiamento, è tempo di costruire davvero.

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