Un’arena di gladiatori zoppi: la fine del calcio italiano

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Immaginate di tornare al tempo dell’antica Roma. Immaginate di sapere che, come ogni anno, è in programma uno spettacolo di gladiatori, una lotta all’ultimo sangue fra due guerrieri dalla quale uscirà vivo soltanto uno. Uno spettacolo cruento, vibrante e imperdibile nella sua drammaticità. Per i combattenti rappresenta l’ultima spiaggia, l’ultima speranza di libertà per un condannato. Immaginate di attendere questo momento da mesi, con un’impazienza che monta di giorno in giorno.

Adesso pensate se, a pochi giorni dal grande evento, venissero eliminati dai cartelloni i nomi dei due sfidanti, sapendo in anticipo il giorno della lotta ma non i protagonisti. Nell’antica Roma le masse chiederebbero a gran voce indietro tutti i loro sesterzi e la testa del lanista di turno che probabilmente finirebbe per fare compagnia ai leoni nell’arena.

Per fortuna negli ultimi diciassette secoli abbiamo imparato a fare a meno della violenza come forma di intrattenimento. Siamo diventati più accondiscendenti con chi manca ad un impegno preso, forse anche troppo. Succede così che (per l’ennesima volta) il risultato del campo venga modificato, riscritto o ribaltato. “Abbiamo scherzato, il verdetto della classifica non conta. Richiamiamo i giocatori retrocessi in campo dalle vacanze e diciamogli di prepararsi ad affrontare un playout. Quelli che si credevano salvi invece oggi sono retrocessi; prima o poi lo leggeranno sui social”.

Una prassi che si ripete a cadenza quasi annuale, con squadre che vengono prese e retrocesse nel migliore dei casi, fatte sparire nel peggiore. Negli ultimi 10 anni, sono fallite: Parma, Bari, Modena, Cesena, Livorno, Catania, Palermo, Avellino, Chievo, Vicenza e Reggina. Oggi è la volta di Brescia e Spal. Ormai le battaglie non si combattono più a colpi di gladio, lancia o tridente, ma a suon di sentenze e ricorsi. Il metodo forse è meno cruento ma molto più lento. Lascia morire lentamente, in una lenta agonia che fa credere ai sostenitori che si possa tirare avanti ancora per un po’, prima del fendente finale.

In ogni caso chi soccombe sparisce, e con la squadra una tifoseria intera. Sarebbe corretto e nell’interesse di tutti che, se proprio si dovesse mettere in piazza una esecuzione capitale, lo si facesse per tempo. Sarebbe sicuramente più umano evitare a un combattente zoppo di partecipare ad un incontro che non può vincere, piuttosto che tenerlo dentro da sfavorito (magari spogliandolo di tutte le armi pian piano).

A farne le spese come sempre è il pubblico, perché un calciatore, un dirigente o un tecnico un’altra sistemazione la trova, un tifoso un’altra squadra da amare no. Magari si potrebbe cominciare cercando di allontanare tutti quei presidenti che fanno calcio per avere un posto al sole, pur non avendo le disponibilità sufficienti, o coloro che si rivolgono a società intermediarie dalla dubbia trasparenza. È proprio vero, non siamo più nell’antica Roma. Perché nelle caserme dell’antica Roma tutti i gladiatori venivano nutriti e curati nel miglior modo possibile, affinché avessero tutti le stesse opportunità di vittoria. Ed era il campo di battaglia a decidere chi fosse il più forte, nient’altro.

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