La stagione 1997-1998 del Palermo fu tra le più turbolente e drammatiche della storia del club. Solo due anni prima i “picciotti” di Ignazio Arcoleo avevano addirittura sfiorato la Serie A. Nel giro di poco tempo, però, la realtà si capovolse: il Palermo, reduce dalla retrocessione dalla B l’anno precedente, si ritrovò invischiato nella lotta per non retrocedere in Serie C2. La squadra attraversò gravi difficoltà non solo tecniche ma anche finanziarie, e il campionato di Serie C1 (girone B) si concluse con un verdetto impensabile solo pochi mesi prima: Palermo fermo a 37 punti, soltanto al 14º posto, costretto ai play-out salvezza contro la penultima in classifica, la Battipagliese.
Dal canto suo, la Battipagliese – piccola formazione della provincia di Salerno – viveva la stagione al polo opposto della classifica. I bianconeri campani chiusero al 17º posto in C1, trascinati dall’esperto tecnico Roberto Chiancone e da una rosa modesta ma combattiva, in cui brillavano la coppia d’attacco Di Baia-D’Antò e un giovanissimo Giuseppe Mascara destinato a futura gloria in Serie A. Anche per loro l’unica speranza di salvezza passava dallo spareggio..
Verso la sfida decisiva
La gara di andata si disputò allo stadio Luigi Pastena di Battipaglia, in Campania. Qui i padroni di casa colsero un successo a sorpresa: 1-0 il finale, grazie a un guizzo del difensore Simone Loria, il cui colpo di testa su azione da calcio piazzato decise il match. Loria era destinato qualche anno più tardi a calcare i campi di Serie A con maglie prestigiose (Cagliari, Roma, Atalanta), ma in quella domenica fu il carnefice momentaneo delle speranze palermitane.
Con lo spettro concreto della retrocessione, in città il clima era elettrico e divisivo: da un lato c’era chi, forse ingenuamente, considerava la rimonta una formalità vista la superiorità tecnica del Palermo; dall’altro molti tifosi più scaramantici o delusi temevano il peggio, ricordando i segnali negativi di un’annata stregata. Basti pensare che poche settimane prima alcuni ultras, esasperati dai risultati, avevano simbolicamente chiuso a chiave i cancelli del centro sportivo, “sequestrando” la squadra per spronarla a reagire. Altri tifosi invece, presagendo un dramma sportivo, preferirono neanche presentarsi allo stadio e andarsene al mare. Infatti, alla fine, furono soltanto circa 6.000 gli spettatori che credettero nella rimonta.
Il racconto della partita
Sin dal fischio d’inizio fu chiaro che non sarebbe stata una passeggiata per il Palermo. I giocatori di Arcoleo apparvero tesi e contratti, il gioco spezzettato dai falli e dalla frenesia. La Battipagliese iimpostò la gara in modo attendista e grintoso: difesa chiusa a riccio e ripartenze sporadiche. Il protagonista assoluto emerse presto nella metà campo campana – ed era l’uomo forse meno atteso: il portiere Giovanni Schettino. In quella caldissima giornata di giugno, Schettino sembrava insuperabile: parò tutto il parabile e anche oltre, neutralizzando ogni tentativo rosanero. A metà primo tempo dovette già salvare su un colpo di testa ravvicinato di Lorenzo Scarafoni, l’esperto centravanti palermitano, che provò in tuffo a spingere la palla in rete – ma niente da fare. Anche un tiro potente di Di Somma poco prima dell’intervallo fece solo gridare al gol, finendo sull’esterno della rete tra la disperazione del pubblico.
Nella ripresa la tensione salì ancora. L’arbitro Gabriele di Frosinone estrasse un cartellino rosso ai danni di Simone Loria della Battipagliese, punito per un fallo da ultimo uomo: i bianconeri restarono in dieci uomini. Paradossalmente, però, l’inferiorità numerica degli ospiti non spianò la strada al Palermo, anzi. I siciliani attaccavano in modo confuso, mentre i minuti scorrevano troppo in fretta. L’assedio finale produsse una sola, clamorosa palla gol: ancora Scarafoni si avventò di testa in area, deviando un cross insidioso – un gesto istintivo e disperato, al punto che rimane il dubbio se avesse colpito con la testa o tentato di fare “la mano de Dios”. Ma anche questo estremo assalto venne respinto dal miracoloso Schettino, in giornata di grazia. Il cronometro segnò la fine: 0-0.
Quell’inutile pareggio condannò il Palermo: sul campo significava retrocessione in Serie C2 dopo dieci anni. La sorte fu beffarda anche nel nome dell’eroe di giornata: a erigere il muro invalicabile fu un portiere dal cognome ingombrante, Schettino, e a “affondare” fu invece la nave rosanero. L’epilogo sportivo fu amarissimo per i siciliani, e glorioso per i campani: la Battipagliese, col pareggio a reti inviolate in trasferta, ottenne la salvezza e rimase in Serie C1, mentre il Palermo conobbe il punto più basso della sua storia.
Lacrime e rinascita
Mai prima di allora il Palermo, fondato nel 1900, era sceso così in basso per demeriti sportivi: fu la prima retrocessione “sul campo” in Serie C2 nella storia ultracentenaria del club. Sugli spalti, dopo un attimo di surreale silenzio, si scatenarono rabbia e delusione. I tifosi rosanero, già scottati dalla caduta dalla B l’anno precedente, non potevano accettare di sprofondare in quella che veniva percepita come una categoria infima. Molti piansero di frustrazione, altri urlarono la propria protesta verso giocatori e società. Quella data, 7 giugno 1998, divenne una ferita aperta nella memoria sportiva palermitana: una pagina nera fatta di rimpianti e occasioni mancate, arrivata appena due anni dopo i sogni di gloria.
Eppure, proprio quando l’incubo sembrava realtà definitiva, accadde qualcosa di imprevedibile che mutò il significato di quella giornata. Qualche settimana dopo, lontano dal campo, il destino restituì al Palermo ciò che aveva perso sul terreno di gioco. Un altro club, l’Ischia Isolaverde, fallì e non si iscrisse al campionato successivo, liberando un posto in Serie C1. La FIGC decise il ripescaggio: il Palermo fu riammesso in C1 per la stagione 1998-99.
Quella che sul campo era stata una retrocessione divenne così una sorta di “promozione amministrativa” insperata. La città di Palermo accolse la notizia con un misto di sollievo e orgoglio ritrovato: il calcio rosanero aveva una seconda chance. In molti videro in questo evento una lezione e un simbolo – avevamo toccato il fondo, ma non era finita lì. La salvezza ottenuta fuori dal campo fu vissuta quasi come un nuovo inizio simbolico, un monito a non ripetere gli errori e a riportare in alto il nome di Palermo.
Il 7 giugno 1998 resta così nella storia come un giorno agrodolce: lacrime e rimpianti sul prato della Favorita, festa grande invece per la Battipagliese che compì l’impresa della salvezza. Ma per Palermo quella data segnò anche il punto di svolta da cui ripartire. Dall’incubo di una caduta senza fine nacque la determinazione per la rinascita. Di lì a pochi anni, infatti, il Palermo avrebbe cambiato proprietà, ritrovato ambizione e spiccato il volo verso categorie ben più nobili. In retrospettiva, quel pomeriggio di fine primavera 1998 – amarissimo ma infine redento dal destino – simboleggia la resilienza di una squadra e di una città, capaci di trasformare un tracollo storico nella voglia di rinascere.




